Font Size

Cpanel

La cava di trachite da taglio di Montemerlo

Di seguito si riporta una descrizione del Comune di Cervarese Santa Croce, ripresa dal testo storico "La Nuova Italia - Dizionario amministrativo, statistico, industriale, commerciale dei Comuni del Regno e dei principali paesi d'Italia oltre confine e colonie", casa editrice "Dottor Francesco Vallardi - Milano".

Il testo è interessante in quanto si nota come venga citata la cava di trachite da taglio di Montemerlo, le cui dimensioni erano inferiori solo a quelle della cava di Monselice (mentre non risultano ancora operanti cave degne di nota nel comune di Vo Euganeo):

  • "La frazione di Montemerlo è ai piedi del piccolo monte omonimo, ed ha importanti cave di pietra trachite che danno una produzione annua di 150 000 lire e impiegano circa 100 operai".

Le "priare" di Ispida

Ulteriori informazioni non sulla cava di Montemerlo, ma su antiche cave (ora dismesse) della stessa preziosa Trachite Grigia possono essere ricavate dal volume Monselice - Storia, cultura e arte di un centro "minore" del Veneto, a cura di Antonio Rigon ed edito dal Comune di Monselice.

Si riportano di seguito alcune dei più significativi passaggi, consigliando comunque la lettura del testo originale.

  • Se diamo uno sguardo al disegno cinquecentesco di Domenico Gallo che fissa l'ubicazione del monastero di Santa Maria di Ispida (volgarmente Lispida), già sui colli Euganei tra Battaglia e Arquà, vediamo a nord-est, alle spalle e su un fianco, elevarsi il "monte de Lispia". Ebbene, nelle viscere di questo monte, che papa Eugenio III aveva nel 1150 donato al cenobio, si celava "un texore sì grande che par sanza fine, che niente mai se non l'humana incuria et malvagitade podaria disfare". Un frate, rimasto anonimo, della metà del XVI secolo ben definisce così, quasi fosse inesauribile, quel giacimento di pregiata trachite da taglio che veniva estratta dalle cave coltivate sui versanti del colle e che costituiva da tempo la fonte più cospicua di reddito per il suo monastero.
    Si dice che fossero di età romana: certo tra il Quattro e il Cinquecento erano famose, tanto da suscitare l'ammirata attenzione di Benedetto Bordone e, in seguito, di Angelo Portenari. Di quei "duri et asperi lapides - le parole sono ora dello Scardeone - ad fundamenta et aedificia construenda maxime idonei", si era infatti avvalsa tutta la città di Padova ("universa civitas nostra") per edificare case e palazzi, chiese e monasteri, nonchè, aggiungiamo noi, la cinta muraria che prese avvio subito dopo il primo decennio del '500 o la nuova selciatura delle strade deliberata nel 1536. E per dare un'idea dell'ampiezza della zona rifornita, va detto che molte "miara" di selesi o di piere masegne "buone per fabriche" partirono in questi anni da Ispida alla volta anche di Vicenza, Este e Ferrara. Ma a quei sassi, contraddistinti da un determinato peso, aveva soprattutto attinto a piene mani Venezia a partire dalla metà del '400 - sino ad aggiudicarsi, lo vedremo, una sorta di monopolio della loro produzione -, per realizzare, insieme al bianco calcare d'Istria, le "difese a mare" della laguna, i celebri murazzi, intendo, costruiti in soccorso dei lidi periodicamente aggrediti dall'impeto dell'acqua e del vento.
  • Allo stato attuale delle ricerche, siamo solo in grado di attestarvi per il Due e parte del Trecento la sicura esistenza di un'attività estrattiva: tra il 1227 e il 1232 si susseguono infatti gli appelli dei religiosi al papa affinchè intervenga in loro difesa contro le ruberie e i soprusi commessi da "cives Paduani", "qui lapides fodiunt et ligna succidunt" sul monte - appelli che indurranno il comune padovano a porre monte e chiesa sotto la sua protezione in data anteriore al 1236 -, e il 24 marzo del 1310 il podestà di Padova Gentile Flippesi delibererà i lavori di sopraelevazione e inghiaiamento del Prato della Valle con "bona glara" da prelevarsi con navi e burghi proprio da Ispida.
  • Per quanto attiene la qualità del materiale trachitico fornito, i documenti distinguono tra una produzione di maggior pregio, che veniva sottoposta in loco ad operazioni di sgrezzatura, sbozzatura e squadratura, costituita da "lapides electi, scilicet lapides tam a muro quam a silice et a colonnis" (dal XVI secolo in poi si parlerà di masegne e selesi), vale a dire pietre da costruzione e pavimentazione o utilizzate a scopi ornamentali, e i "saxa a littore", i poderosi massi informi usati come frangiflutti per la protezione dei litorali veneziani.
  • Nelle cave vediamo impiegato personale specializzato nelle varie fasi di estrazione e lavorazione della pietra, ossia i maestri "priaroli", "sive magistri incidentes et extrahentes lapides", coadiuvati da manodoperapiù o meno generica, indicata dalle fonti quattrocentesche con i termini di laboratores, operarii e famuli, nonchè garzoni in via di apprendimento del mestiere. Vi si lavorava in piccole squadre, formate da un minimo di tre ad un massimo di sei persone, sotto la direzione di un chapopriara che, oltre alle mansioni sue abituali, svolgeva anche funzioni organizzative e di coordinamento.
  • Di rilevante interesse, valutata l'avarizia delle testimonianze che di solito contraddistingue l'argomento in età medievale, è tutta la normativa dedicata al "modo che s'ha a tenere nel lavorerio delle priare", registrata negli atti a nostra disposizione con chiarezza singolarmente viva. "Secundo morem et consuetudinem petrarium", le cave "se lavorino da basso e non da l'alto" e si "cavino sempre equalmente, cioè cusì de soto como de supra et cusì per largheza", "fodendo a pede le priare, idest spondonando eas" e quando i "priaroli" "le spirona, ha da veder da chavar phin soto che se puol e che suol far li boni maistri".
  • Una porzione consistente dei Colli Euganei è costituita, come è noto, da rocce vulcaniche del secondo ciclo eruttivo, emerse dal sottosuolo durante l'Oligocene inferiore (35-30 milioni di anni fa) e denominate genericamente "trachiti".
  • Le qualità fisiche e tecniche della trachite - la resistenza, in particolare, alla compressione, all'usura, all'acqua e alla salsedine - sono all'origine della sua fortuna, che dura praticamente ininterrotta dai tempi romani ad oggi, nell'edilizia, nell'architettura, monumentale e no, e nella costruzione di infrastrutture. Ci si riferisce qui specialmente alla trachite da taglio, cioè a quella roccia che si presenta in blocchi integri e sufficientemente grandi da poterne ricavare manufatti lavorati.
  • Quelli che potremmo ormai chiamare i poli estrattivi "storici" del territorio di Monselice, e che rientrano oggi pressochè interamente nei suoi confini comunali, sono essenzialmente quattro. Il monte Lispida, presso Battaglia, altura trachitica che ha fornito per secoli, come s'è visto, roccia sia da taglio che in pezzame; il monte Ricco, grande ammasso riolitico largamente sfruttato specie in età contemporanea per pietrame e pietrisco; la Rocca di Monselice, interamente in trachite, considerata fino ai primi del Novecento come fonte del miglior materiale da taglio insieme a Montemerlo...
  • Più decisiva, nel 1615, quella pagina dello Scamozzi nella quale egli accenna alle "macigne" (italianizzazione di "masegne", termine locale per trachiti) che ivi si estraggono per farne fondamenta e muri di edifici.
  • Ma, naturalmente, è stato determinante il ruolo della domanda, in netta crescita dopo il 1870 specialmente per quanto riguarda il pietrame e pietrisco. È allora, infatti, che trachiti e rioliti cominciano ad essere usate in misura rilevante come pietra di annegamento nei grandi lavori di arginatura dell'Adige e del Po, oltre che per i sottofondi stradali, per le massicciate ferroviarie, nei lavori di riempimento in genere. Ma l'incremento della produzione ha interessato, sia pure in misura assai minore, anche il settore della trachite da taglio [NOTA: la cava attualmente attiva a Montemerlo produce solo materiale da taglio, mentre il limitato pietrisco è riutilizzato per la ricomposizione ambientale].
Sei qui: Home L'azienda Approfondimenti storici